RACCONTO di F. Berardi

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Nina:  una storia italiana

 

 

Ero una bambina di sei anni nel lontano 1960, gli anni peggiori della mia vita, anni di vero e proprio oscurantismo, quando tutto era un lusso ed ogni cosa , anche la più banale ma comunque ambita, sembrava impossibile da raggiungere; ma era anche difficile esprimere le proprie opinioni seppur da piccina, senza rischiare di prenderle o dai genitori o dagli insegnanti.

Altro che bei tempi … ma questa  è un’altra storia.

 Comunque sia, all’epoca mia mamma cercava una ragazza che l’aiutasse a fare le pulizie in casa, in quella meravigliosa casa che ad una certa età ormai le appariva troppo grande, troppo impegnativa e così , in un gelido mattino di febbraio suonò alla porta una signora. Curiosa come una scimmietta , corsi a vedere chi avrebbe condiviso le mie ore e quelle di mamma e, con estremo stupore, notai che accanto a quella donna c’era una ragazzina che poteva avere suppergiù dodici anni.

 Era piccola, magra, con un visino dai lineamenti delicati, ma quella faccina era anche emaciata, sofferente e su di essa trionfavano due grandi occhi neri nei quali poter leggere tutto ed anche oltre, dallo sguardo triste e rassegnato di chi sa già da tempo che poco può chiedere alla vita.

 La signora la presentò alla mamma che si manifestò sorpresa e dubbiosa: “ma come,esclamò stupefatta,? Una bambina?. Mia figlia è piccola lo so, rispose la signora,  seppur con un certo imbarazzo al punto che la voce si era fatta più roca e sommessa. Ma è brava –aggiunse- , pulisce bene e poi “signò” basta che le dia da mangiare; lei starà bene e anch’io per lei. Ho altri sei figli aggiunse con voce quasi rotta dal pianto, e questa ultima piccina non riesco a sfamarla,non voglio vederla finire in un istituto o in un letto di ospedale.

 Che dice allora signora? Gliela mando domani eh?”  ed intanto che parlava quella donna aveva bisogno di una risposta affermativa e rassicurante e così , con insistenza, la incalzava …

“Che dice allora eh? Va bene così?”

.Mamma ascoltò perplessa , la vedevo commossa e titubante ma alla fine accettò mentre io esultavo e saltavo dalla gioia pensando che quella ragazzina sarebbe diventata la mia nuova compagna di giochi. E così il giorno dopo, di buon’ora arrivò la mia amichetta. Le aprii la porta mentre tiravo un lungo sospiro e subito dopo le chiesi: “vuoi giocare con me?” e subito dopo aggiunsi :” come ti chiami?” Nina “signorì”- mi rispose mentre si guardava intorno preoccupata e curiosa.

 In fondo ad un lungo corridoio, subito dopo un ampio salone dai marmi pregiati, stucchi ed affreschi e arricchito da oggetti preziosi e quindi intoccabili,  c’era la cucina e, sopra un tavolo bianco, la mamma le aveva preparato la colazione.. una grande tazza di caldo latte troneggiava sopra un freddo marmo con intorno panini e biscotti. La vidi svanire all’improvviso senza profferire parola alcuna,  lungo quel corridoio verso la salvezza.

Si sedé in silenzio e di fretta davanti a quella tazza ed io mi collocai di fronte a lei ed intanto pensavo: “ora mangia e poi giochiamo”.

 La bimba che avevo di fronte a me di colpo si era quasi trasfigurata nei lineamenti ora più tesi, i suoi grandi occhi neri si erano fatti seri, attenti, parevano urlare vendetta per una fame che partiva da molto lontano.

 Nina aveva un’espressione sicura come quella di una donna consapevole del fatto che in quel preciso momento c’era poco da scherzare poiché era la fame che parlava e la possedeva.

Afferrò il pane tremante ed iniziò a spezzettarlo in tante piccole parti che spinse poi nel latte premendo più che poteva nel fondo  della tazza, con un vistoso cucchiaio.

 Quel cucchiaio sembrava quasi più grande di lei ma lo impugnava con destrezza e così iniziò ad ingurgitare il più velocemente possibile mentre continuava a spezzare e inzuppare altri pezzi di pane in modo così preciso e scientifico da lasciarmi senza fiato.

Rimasi ad osservarla a bocca aperta mentre lei , ormai sazia , davanti alla tazza vuota aveva vinto la sua lotta quotidiana contro la fame almeno per quel giorno….Nina sospirò e si pulì la bocca con la mano e solo allora, mi guardò di nuovo e sorrise.

 Era tornata bambina –pensai- i tratti del suo viso erano distesi e le sue gote scavate avevano preso colore. “E i biscotti? – le chiesi- non li mangi?” “ no signorì – mi rispose- questi li metto in un sacchetto e li porto ai miei fratelli così stasera mangiano pure loro”.

 E adesso giochiamo? , le chiesi con insistenza; “nò, signorina – prima pulisco casa e poi si vedrà-.

E così si tirava su le maniche di un vestitino troppo grande per lei e troppo liso e si metteva con tutto il suo impegno a far qualcosa.

Mamma le dava piccoli compiti, giusto per accontentarla; come passarle la pezza della polvere o la scopa o ad aiutarla a sciorinare i panni, ma lei faceva tutto con grande impegno , con aria seria e consapevole di svolgere un ruolo importante. Come se sapesse che c’era poco da scherzare perché in palio c’era il cibo, poi a mezzogiorno, quando finiva la mamma le preparava dei panini che lei,  con cura e con l’aria di una donna consumata, riponeva in una grossa tasca del vestito.

“Domani torno ancora signora?” e lo chiedeva ogni giorno ed aggiungeva :”Vado bene, signò è contenta di me?”

La mamma le sorrideva ed annuiva con la testa, mentre le accarezzava quelle guancine smunte.

A stento Nina riusciva a parlare in italiano, aveva un dialetto particolare ancora a me così caro e quella tenera amichetta che mi chiamava signorì senza che io riuscissi a capire il perché venne per diverso tempo a trovarmi ed ogni giorno era uguale a quello che lo precedeva. Mi salutava quando andavo ad aprirle la porta e vedevo il suo visino rivolgersi verso la cucina; latte e biscotti fame e ancora

tanta fame. Poi non venne più; ogni giorno chiedevo di lei alla mamma: “ma Nina non viene a mangiare da noi oggi?.”La mamma scuoteva il capo, poi mi raccontò che non era stata bene. Feci una fatica immensa a dimenticarla mentre continuavo a mettere da parte i biscotti ed il pane nella speranza che ritornasse.

Solo dopo molti anni venimmo a sapere che Nina si era trasferita a Milano, che si era sposata ed aveva un futuro tranquillo con un marito che lavorava ; l’andammo così a trovare . La casa era modesta ma dignitosa e Nina ci aspettava, era una donna ormai…, mi sembrava più robusta e decisamente cambiata, ma gli occhi erano sempre gli stessi ed aveva un’aria sommessa timida e timorosa e così pensai , nel congedarmi da lei, che la miseria e l’umiliazione rimangono come profonde ferite insanabili, poiché la fame non si scorda….è una cosa seria, “non è vero signorì?”.

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