La prigione sotto la neve: testimonianza

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In un incontro occasionale e parlando del libro “ la prigione sotto la neve” di R. Valentini , Simeone Maggiolini, classe 1931, mi confida una sua testimonianza diretta avuta con l’uomo protagonista del racconto:

siamo intorno agli anni ’70; un giorno, un recluso uscito dal carcere libero dalla pena,  era andato a sedersi su di una panchina, vicino al Monumento dei Caduti ; io mi avvicinai a lui insieme a Vito Valentini (Vite menunne) padre di Raffaele, che si allontanò presto lasciandoci soli; ero molto curioso e incominciai a fargli domande, ad alcune delle quali rispose dicendo di essere di Savona, di aver conosciuto Sandro Pertini e non voler parlare dei familiari dei quali aveva cancellato memoria ed interesse; Il suo sguardo, intanto, volgeva a destra o a sinistra di me che ero a lui di fronte, ed lo accompagnava con segni di meraviglia e stupore: osservava una macchina e le biciclette che passavano; “non vedo traini”- disse.

Era di bassa statura, leggermente ricurvo; indossava una giacca scozzese sopra pantaloni grigio scuro e una maglia girogola; aveva con sé un fazzoletto annodato con le sue poche cose e non aveva idea dove andare e avrebbe dormito volentieri sotto le stelle ( per godere la libertà riconquistata). Lo convinsi a venire con me e lo condussi a Porta Nuova a piazza Cap Colapietro e si sedette sui gradini della casa di mio suocero (Leonardo Catucci) e stette a guardare le bancarelle che offrivano due commercianti di Conversano (Ciccillo Ramunni e Minguccio Lestingi). Avvisai mia suocera di aggiungere un posto in più a tavola e lo inviati a pranzare con noi; era molto schivo non voleva accettare ma, dopo insistenze si sedette a tavola; ero sempre impaziente di sapere qualcosa di lui; nel frattempo pensavo di farlo dormire la sera “iende o iuse di ze Minguccie”, ma lui reclinò l’offerta; mi rivolsi allora dal sindaco, Vito Donato Valentini, affinché mi aiutasse a trovare un alloggio per quell’uomo, un “ mio amico”; era molto istruito e mi affascinava il suo sorriso, i suoi modi e il suono della sua voce. Lui ammetteva il suo” sbaglio” ed aveva accettato di buon grado la condanna all’ergastolo ed ora era felice di vivere, dispostissimo anche dormire all’aperto senza un tetto sulla testa. A pranzo assaggiò le fave bianche con le cicorielle, ma non bevve vino.  Il Sindaco, erano circa le due di pomeriggio, mi invitò a rivolgermi dalle suore che gestivano l’ospizio di S Giovanni, dov’era il vecchio ospedale e la Superiora trovò un posto letto; d’allora fu ospite della struttura. Spesso, lo incontravo seduto sui gradini di mio suocero e io continuavo a fargli domande; mi affascinava sempre la sua persona; mi confidava delle sue sofferte esperienze e mi parlava del “capriccio” ma non mi rivelava mai il delitto per cui era stato condannato e non parlava mai della vita trascorso in carcere per trent’anni; per lui la famiglia non esisteva; “ sono amico di Pertini” – mi ripeteva –“ mi ha scritto una lettera quando ero recluso, eccola” .

Soffriva di bronchite; quando morì, nel 1975, fu sepolto nella Terra Santa del nostro cimitero.

Il libro è nella lista dei romanzi selezionati per la XII Edizione del Premio Città di Cuneo 2010. Il Premio Città di Cuneo per il Primo Romanzo ha come finalità quella di far conoscere ai lettori gli scrittori che esordiscono nella narrativa in lingua italiana, quale che sia la provenienza dello scrittore.

Consiglio vivamente a tutti di leggere “La prigione sotto la neve”. Magari comincerete a leggerlo solo perché l’autore è turese. O perché parla di Turi e del suo carcere. Qualcuno inizierà a leggerlo per documentarsi, perché vuole sapere qualcosa di più sulle carceri, sui detenuti, sugli ergastolani. Altri saranno spinti dalla curiosità perché forse in passato hanno conosciuto, o intravisto, il personaggio cui Raffaele Valentini si è ispirato, Sandro Zerbola, l’ex ergastolano che gli ha raccontato la sua vita in tanti incontri “affumicati da mille sigarette” e innaffiati da “un bicchiere di buon marsala”.
Ma poi cambierete idea e capirete: questo non è solo un libro sul carcere, e su un compaesano un po’ particolare; è sì il “diario” scritto per l’amico, un omaggio postumo, un monumento in suo onore, ma è contemporaneamente anche un vero romanzo (o dovrei dire un lungo racconto? un lungo monologo?), una vera opera letteraria. Se ne è  accorto l’editore Manni, che pubblicherà il romanzo in una collana prestigiosa. A me il libro è piaciuto moltissimo anche se non sapevo niente di questo Zerbola, non sono particolarmente interessato alle carceri e non sono un turese “doc”. Chi invece conosceva Zerbola magari troverà che nel libro è diverso da come lo ha conosciuto, e forse somiglia un po’ troppo a Raffaele.
Raffaele Valentini si è appassionato al personaggio Zerbola, ai suoi racconti, alla sua vita piena di avventure, alle sue riflessioni sulla vita “di fuori” e su quella in cella, “tra quattro pareti identiche”. E sono racconti e storie che già da soli, senza trasformarli in un romanzo, sarebbero bastati a fare un libro ricchissimo: ci sono l’infanzia povera, i matrimoni combinati tra cugini ancora bambini, l’America, Ellis Island, compagni d’infanzia frequentatori di prostitute che poi si fanno frati, lunghi viaggi, un commercio di tappeti con l’Africa, un periodo di vita da marinaio. Poteva diventare un libro di storia orale, una di quelle ricerche sugli emigranti, sugli artigiani, sui musicisti locali, cui Raffaele Valentini ci ha abituato. Invece è qualcosa di diverso.
E per dissipare ogni equivoco, premette al romanzo questa citazione di Gramsci:
“io sono stato abituato alla vita isolata, che ho vissuto fino dalla fanciullezza”. Ho pensato: e perché non citare Emily Dickinson? E infatti una sua poesia appare puntuale verso la fine del libro. Raffaele è attratto dalle persone che vivono una “vita isolata”, introverse e meditative, quali che siano le cause delle loro introversioni e delle loro ossessioni. Sandro Zerbola ha vissuto una vita intensa, ricca di eventi, ma questa vita, vista dalla cella in cui è rinchiuso, condannato a una lunghissima pena, diventa qualcosa di irreale, qualcosa che si può solo ricordare o raccontare a sé stesso (e poi agli altri), ricordando ad esempio le tante persone scomparse o che abbiamo perso di vista, cercando un senso in tutto questo: ma è quello che dovrebbero fare tutti, non solo i carcerati; ed è quello che spesso fanno gli scrittori.
Il bello è che il libro non ha una tesi precostituita. Non vuole dimostrare che i carcerati (o gli eremiti, o i mistici) capiscono la vita meglio di noi; o che la vita “di fuori” è solo apparentemente più ricca di quella del carcere (mi viene in mente quel film in cui un pianista che ha deciso di vivere per sempre a bordo di una nave prende in giro quelli che vivono a terra: quando fa freddo, si lamentano e vogliono il caldo, dice; quando fa caldo, si lamentano e vogliono il freddo); o che la vita è vera solo nel sogno e nel ricordo (o nei libri: in carcere Zerbola legge moltissimo).
Queste opzioni sono tutte almeno in parte valide. E’ un romanzo, non è un libro di filosofia che voglia dimostrare una tesi. Ci dà una fenomenologia completa dei vari rapporti tra la vita vissuta e quella pensata, vagheggiata, rimpianta, analizzata … Certo, c’è una evoluzione di questi stati d’animo: il protagonista che si aggira libero per Turi alla fine del libro (ma vive ancora tra quattro mura!) è diverso dall’uomo che era in carcere. Lo stesso carcere gli sembra ormai remoto specie quando lo vede imbiancato dalla neve (ecco spiegato il titolo). Il personaggio vive una evoluzione, una crescita: “la mia vita finalmente è una circonferenza ricongiunta”, dice (cosa direbbe oggi se sapesse che grazie a Raffaele la sua vita è diventata un libro?). E’ un finale commovente e liberatorio.
Tutto questo però non basterebbe a rendere così avvincente il romanzo, se non fosse per le sue qualità di scrittura. C’è un ritmo ossessivo, una continua ricerca dell’espressione, dell’aggettivo giusto, tutte cose che darebbero fastidio in un articolo di giornale o in una cronaca asciutta sulle carceri (non è letteratura-verità), e invece qui funzionano benissimo; c’è una continua attenzione a non cadere nell’ovvio o nello sciatto. Non c’è mai un calo di tensione: i carcerati e gli scrittori non scrivono per “distrarsi”, per loro la letteratura diventa la vita, una cosa terribilmente seria. Andare avanti così, con una specie di monologo per più di cento pagine verso la conclusione, senza un attimo di sosta, sempre seguendo le ossessioni del protagonista, senza nessun controcanto, senza nessun momento di disincanto o ironia, era una scommessa azzardata. Eppure non ci si annoia mai, perché all’omogeneità dello stile si contrappone una grande varietà di contenuti e situazioni: in poco più di cento pagine vi è un’abbondanza di fatti, di pensieri, riflessioni, descrizioni, ambienti, che sarebbero bastati per altri due o tre romanzi: Raffaele Valentini non è uno di quegli scrittori capaci di scrivere venti pagine senza dire nulla. Ma soprattutto in questo libro non ci sono pezzi di bravura o esercizi di stile, ma solo una autentica necessità di raccontare delle cose, di comunicare, di fissare sulla carta una storia che non poteva assolutamente andare perduta.

Rino Ferrara

PUBBLICATO SULLA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, 22-11-2008

“La prigione sotto la neve” ha il fiuto di un cane da tartufo. Insegue le tracce di un uomo, marittimo di professione e per destino. Condannato dalla passione ad un ergastolo vero. Perché questa è una storia vera. Spalmata nei porti di mezzo mondo e imprigionata nel carcere di Turi. Dove finisce e rinasce.
Sandro, l’ergastolano, ha vissuto una vita. Ma ne racconta due. Quella che era, prima della condanna, e che vola assolta di persona in persona, di castigo in castigo. E quella che è, nella sua cella quadrata e sgusciata da ogni finzione.
Ed ecco il talento. Di Sandro, e dell’autore, Raffaele Valentini. Miscelare la percezione di due mondi paralleli (e di un separé mentale neppure tanto sottile) che s’innestano, voracemente, e che continuano a riprodursi e a ricrearsi, a generare figli, elettricità quiete, gente, prospettive, logiche perfettamente coerenti e circolari fino alla fine.
C’è un mondo che esiste accanto ad un altro mondo. Un coagulo di prigionia ( verissima e mai claustrofobica) e di una libertà che somiglia tanto ad reflusso (la vera detenzione).Un coagulo né retorico né incantato, dove è il Tempo a segnare le ore che fanno la differenza. Qui le cicatrici, e Sandro, si svegliano prima degli orologi. Il tempo si siede a cavalcioni, per suo conto, con una sigaretta spenta sull’orecchio. E racconta. Racconta l’equilibrio umanissimo e vulnerabile di una vita che si regge su due unità di misura, tra una dimensione che ha ceduto e una che resiste. Racconta la verità pungente, lo spillo infilato nella coscienza di chi sa che la vita ha un debito con lui.
Quello che Sandro ripercorre con i suoi umori imbavagliati e audaci non è però un mondo fermo. Ma è un mondo che da fermo rende meglio. Ecco perché alcune immagini sembrano eterne, incastonate in una vita provata e corretta da un destino che sa chiudere i cerchi. Di pirandelliana memoria.
E se Raffaele Valentini è un segugio, il suo personaggio Sandro, con il suo rancore lascia orme ad ogni sguardo che allunga. Perché la vita gli ha riservato un dono: guardare. A lui è toccato farlo sempre. In carcere, e prima ancora da uomo libero. Lo ha fatto sempre in silenzio. Quasi muto. A digiuno di sollievi.
Il mondo navigato, l’America e la sua cuccia, le ali delle donne. Ha guardato tutto per vivere. E per sopravvivere. E per non smettere di rinascere mai ad ogni sguardo imprevisto, rivelatore, scomodo. Sandro le storie le ha viste tutte. Conosce la sua. Sa quella degli altri. E le ha rapite e fuse fino a farne una sola. In lui tutto è passato. Ma tutto è rimasto, addensato, leggero, sanguigno.
La vita ha le sue teorie e Sandro le parole esatte per raccontarle. Le parole più esatte per snocciolare la rabbia e la promessa di una vita che sa sempre non appartenergli mai. Eppure la ruota gira. Fino al ritorno casuale del protagonista al porto di partenza. Un approdo definitivo che sembra quasi aspettare Sandro per spingerlo poi, fatalmente, verso l’esito finale.
È il gioco degli specchi, mille riflessi ed una sola scoperta: il filo che ha cucito e scucito la  vita di Sandro è tutto impigliato nella grandezza di un amore per una donna che ha indiavolato la sua libertà e la sua prigionia.
Manni Editori conferma il valore delle sue scelte. Un romanzo che dona l’aria ad ogni parola e che nutre il mistero di chi ha scovato un modo per salvarsi.

Ilenia Dell’Aera

Raffaele Valentini è nato e vive a Turi, dove abita da sempre a pochi metri dal carcere. È docente di lingua inglese, giornalista, cofondatore e direttore responsabile de “il paese”. Ha pubblicato libri in italiano e nel dialetto di Turi. Quella del romanzo è la vera storia di Sandro, marittimo di professione, condannato all’ergastolo per omicidio, detenuto nel carcere di Turi. Nel libro c’è la sua vita – come una prigione senza limiti e senza tempo – ricucita dentro e fuori i vari penitenziari, insieme alle sue passioni, le assenze, la tragedia. Un giornale di bordo solitario. Un diario postumo narrato da chi lo ha conosciuto e ascoltato negli incontri affumicati da mille sigarette, tra esitazioni, fughe, pacificazioni e malinconici bicchieri di buon marsala.

Con queste parole l’autore introduce il suo stesso romanzo: «Abito da sempre a pochi metri dal carcere di Turi (lo stesso di Gramsci, Pertini), una gigantesca isola di pietra adesso inglobata tra le case, al centro del paese. E, da sempre, il carcere è presente nei miei occhi, nei miei pensieri, con la sua forma essenziale, sovrastante e nuda, con tutta la sua umanità che sento respirare al di là delle finestre di ferro affacciate sulla mia stradina. Un’umanità che tossisce malamente, impreca, grida, si lamenta, esplode per i goal delle partite di calcio, stende qualche piccolo indumento ad asciugare sulle sbarre dietro i vetri, saluta richiami dai marciapiedi di sotto, talvolta protesta, rare volte ride.
Quando poi ho conosciuto Sandro Zerbola, in giro per i nostri giardini, libero, senza mete dichiarate, ho capito anche molto di più dalle storie delle sue parole. E non avrei mai voluto che un giorno avesse dovuto smettere di raccontare. Nelle pagine che seguono ho cercato di ricomporre, per quanto possibile, alcuni capitoli delle sue avventure taciturne, quasi una sorta di ”Diario Postumo”, un diario periodico dei nostri incontri affumicati da mille sigarette, passati indenni tra un bicchiere di buon marsala e una immancabile vogliosa ”pasta alla crema”. Parole trascritte come in un giornale di bordo che potesse registrare la fatica di vivere di quanti passano gran parte della propria esistenza in uno spazio escluso, dilatato dal tempo, lacerato dai sensi di colpa, limitato dalla condizione solo nei gesti apparenti. Per cercare di restituire attenzione, e dignità, a tutti coloro che scorgiamo distrattamente oltre le inferriate. Persone delle quali, spesso, molti non sanno o non ritengono che possano avere pensieri e sentimenti. Vite da continuare».

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