La Carboneria in Terra di Bari di G. Spinelli

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A Turi, in via vecchia Sammichele, è ubicata la masseria “la Retonne” degli Orlandi, ora di proprietà Lestingi, nota agli anziani perché ritrovo, una volta, dei carbonari turesi, riuniti nella Vendita denominata “La Nuova Sparta”; il garibaldino, poeta Francesco Curzio ne era iscritto insieme al medico Pietro de Donato, il notaio Tommaso Martinelli, il cancelliere comunale Francesco Totire-Ippoliti, i canonici Domenico Simone, Leon­ardo Perfido, Raffaele e Antonio Gonnelli, Domenico Menelao che aveva militato pure nelle file giacobine ai tempi di Bonaparte ed infine Vitantonio Giannini che ricoprì anche il ruolo di segretario della Deputazione Provinciale.

Giacomo Spinelli, ingegnere prestato alla Storia Patria, ha fatto pubblicare un suo lavoro di ricerca presso l’Archivio di Stato di Bari col patrocinio della Regione Puglia e C.R.S.E.C. BA/18 e, presso l’Auditorium della Biblioteca Comunale di Sammichele di B., sua città natale, ha presentato il suo nuovo libro “LA COSTANZA e altre vendite carbonare in terra di Bari”; relatore il prof. Giuseppe Dibenedetto, già Soprintendente Archivistico per la Puglia.

La pubblicazione è meritevole di una attenta lettura perché contribuisce a chiarire alcune vicende storiche dei primi decenni del XIX secolo, che videro svilupparsi i fermenti dell’illuminismo e prestò il fianco al progetto del conte di Cavour per una unificazione d’Italia sotto la bandiera sabauda.

Della pubblicazione ho enucleato alcuni passaggi  interessanti a capire il fenomeno della Massoneria e della Carboneria evidenziandone la storia,  il contesto e soprattutto il riferimento a Turi:

le grandi riforme introdotte durante il Decennio francese avevano portato a notevoli mutamenti negli equilibri sociali e giuridici del Regno di Napoli. A trarne il massimo giovamento era stato essenzialmente il ceto borghese e nuovi ideali e nuove esperienze avevano potuto diffondersi. Con la Restaurazione, l’esigenza di non perdere nulla di tali conquiste ma di assicurare, anzi, basi più ampie, portò la classe borghese ad aderire in massa alla Carboneria ed alle sue idee rivoluzionarie e costituzionali.

La Carboneria non fu certamente la prima o l’unica società segreta a svilupparsi in Italia, e nel meridione in particolare, in quegli anni; i motivi che portarono a farla diventare la più conosciuta e la più potente sono, però, ancora un mistero, come ancora estremamente fumose e misteriose sono le sue origini. Sicuramente si formò tra le correnti radicali massoniche, assemblando elementi quasi tutti  “illuministi” e provenienti spesso da altre sette. Tale miscuglio estremamente eterogeneo fu, probabilmente, tra i motivi del successo della Carboneria. La mancanza di un ben definito contenuto ideologico, limitato solo ad un vago accenno a “la perfezione della società civile”, permise alla setta di adeguarsi agli umori e, soprattutto, ai malumori della pubblica opinione che variavano a seconda de momento, del luogo e delle circostanze.

La confluenza di forze non omogenee (democratici, liberali e moderati insieme) determinò, però. una situazione estremamente dialettica destinata a diventare sempre più accentuata ed infruttuosa soprattutto durante il breve periodo costituzionale. Tali forze, però, erano in grado di ricompattarsi quando si trattava di far fronte alle richieste del ceto popolare contadino arrivando, spesso, a porsi  su posizioni diametralmente opposte. Il popolo, con il miraggio della tanto agognata ripartizione delle terre, aveva inizialmente aderito con entusiasmo alle istanze rivoluzionarie delle società segrete ma, se nel 1799 il ceto popolare era riuscito a prendere il sopravvento, sia pur a favore della monarchia, in questa vicenda finì prima con l’allontanarsi e poi con il rimanere essenzialmente indifferente ed alla causa dell’unità nazionale.

Ecco cosa pensava lo stesso Mazzini del possibile contributo dei cafoni: «Gente meccanica e di affare, lo stato non ha bisogno di loro, che, tranne le braccia e la vita, non hanno molto da offrire. Essi subiscono le conseguenze delle decisioni politiche, ma non hanno il modo di orientarle o influenzarle … La costruzione dello stato nazionale si realizza al di sopra e al di fuori del loro quotidiano. I benefici dell’impresa non ricadono su di loro e anzi, per loro “si stava meglio quando si stava peggio”, non essendovi in precedenza né tasse né servizio di leva obbligatorio» quindi nessuno accorse sotto le bandiere nazionali per difendere, in definitiva, la ”patria di lorsignori”

Il popolo meridionale rimase, pertanto, in tale indifferenza sino al 1861 quando, sentitosi ancora una volta traditi  nelle proprie speranze ed aspirazioni, dal nuovo regime, insorse nuovamente dando vita ad un fenomeno definito come brigantaggio post-unitario. Dopo qualche anno dall’Unità d’Italia il popolo protagonista di una nuova rivolta, meno sanguinaria ma certamente non meno drammatica: una rivolta che vide coinvolte milioni di persone costrette ad abbandonare le proprie case ed i propri affetti e costrette ad emigrare nella speranza di un futuro migliore. Ma questa è un’altra storia.

Anche un innamorato del Risorgimento come Giovanni Spadolini non nascose che, accanto alle . patriottiche, si vedevano le ombre di questioni rimaste insolute .

.Le vendite carbonare nacquero e si svilupparono praticamente in ogni centro abitato del Regno delle Sicilie. Nel 1820 i comuni della Terra di Bari contavano, complessivamente, 365.000 abitanti e  dai registri risultano circa 8.400 affiliati. Naturalmente la quasi totalità degli iscritti apparteneva alla classe borghese. È impressionante notare come il numero salì in maniera esponenziale durante il nonimestre costituzionale, quando lo scopo carbonaro sembrava ormai raggiunto, e come scese drasticamente quando si trattò di andare a combattere gli austriaci. Peraltro, era sufficiente fare un congruo versamento nelle casse settarie per salire rapidamente nella gerarchia della vendita o per affrancarsi dalle decisioni del Gran Maestro o del Terribile. Questo non vuoi dire che i Cugini fossero tutti degli arrivisti, nei cinquant’anni che portarono all’Unità d’Italia, non è difficile individuare esempi di entusiasmo genuino .. C’è stata gente che ci ha creduto – e per davvero – tanto che a quelle loro idee, spesso ammantate d’utopia, hanno sacrificato tutto quello che avevano, vita compresa.

Giacomo Spinelli

LA CARBONERIA

Il motivo per cui la più giovane delle sette, divenne anche la più diffusa resta un mistero; possiamo solo dire che la Carboneria fu la più importante delle organizzazioni che nacquero in quel periodo e fu la principale causa di inquietudine dei governi sino al 1830.

A trapiantarla dalla Francia nel nostro paese, ed in particolare nel Regno di Napoli nel 1806, fu un tal Briot, commissario politico al seguito di Giuseppe Bonaparte e in aperta contraddizione con il Direttorio. Fu nominato Intendente prima a Chieti e poi a Cosenza e guarda caso proprio lì nacquero le prime Vendite.

Risale alla seconda metà del XVIII secolo, in Francia, l’esistenza dei charbonniers, carbonai; si incontra­vano in un compagnonnage, locale di boscaioli, contrabbandieri e cacciatori e tra loro si chiamavano cugini o buoni cugini. Raccontavano che le loro origini risalivano al medioevo, quando una certa regina Isabella li aveva costretti a rifugiarsi nella foresta, dove avevano incontrato un eremita di nome Teobaldo che, una volta divenuto Santo era stato eletto come loro protettore. A parte la leggenda, era una società di mutuo soccorso di stile massonico e che non aveva mai avuto contenuti politici. Con la rivoluzione francese, le idee democratiche si propagarono pure tra i carbonari e quando tali idee vennero contraddette dal Direttorio, essi furono costretti a darsi alla clandestinità.

A differenza delle prime società segrete diffusesi in Italia, la Carboneria seppe adattarsi agli umori ma soprattutto ai malumori della popolazione che, naturalmente, variavano da zona a zona e a seconda del momento storico.

Al sud ad esempio, ai tempi di Murat, si sviluppò grazie al contributo della Chiesa, sfruttando la politica anticlericale messa in atto dai Francesi; con il ritorno di Ferdinando, si mantenne in vita grazie a quegli ufficiali che avevano militato nell’esercito murattiano e che sebbene inquadrati nell’esercito borbonico si sentivano in esso come corpi estranei.

Così Giovanni La Cecilia descrive l’organigramma della Carboneria:

L’organizzazione della Carboneria era strutturata in Vendite Locali,la gerarchia prevedeva i gradi di Apprendista, Maestro e Gran Maestro,quest’ultimo a capo della Vendita. In ogni Comune esistevano, in ragione della popolazione, una o più Vendite. Ciascuna di esse nomi­nava un deputato a scrutinio segreto; i deputati si riunivano nel capoluogo della provincia e costituivano un ‘Alta Vendita Provinciale, scegliendo altresì un altro deputato nel suo seno. L’Assemblea formata da questi secondi deputati risiedeva nella capitale e prendeva il nome di Alta Magistratura dei Carbonari. Grazie a questo organigramma e a corrieri che galoppavano da un villaggio all’altro, gli ordini della Suprema Magistratura si trasmettevano da un capo all’altro del Regno e tenendo conto che tra gli affiliati c’erano componenti della magistratura, del clero e dell ‘esercito, può ben dirsi che la Carboneria formasse uno stato nello stato, una società nella società, un governo nel governo. Vi fùrono tempi che ad un segnale di soccorso d’un carbonaro, la pubblica forza abbassava le armi, le porte delle prigioni si aprivano, come si apriva la borsa degli affiliati. Curiosissime erano le spiegazioni degli emblemi, dei simboli e dei riti, coi quali procedevano i carbonari nei loro convegni. Il luogo dove si radunavano era detto Baracca e lo ornavano come una capanna, per alludere alle case di legno dei primi compagni di Teobaldo. Nel mezzo sor­geva un ‘ara a forma di fornace, molto spesso coi carboni dipinti che rammentavano il lavoro primitivo dei carbonari delle Ardenne. Presso l’ara con una fascia tricolore, nera azzurra e ros­sa, sedeva il Gran Maestro che reggeva con la destra una piccola scure e dirigeva l’adunanza. Un Oratore ed un Segretario,il primo per rinfocolare i Cugini con caldissime orazioni, il sec­ondo per redigere i processi verbali; due Assistenti,che badavano all’ordine da serbarsi nelle discussioni, un Maestro di Cerimonie che faceva osservare il rito, un Copritore Interno e un Copritore Esterno,che vegliavano sulla sicurezza dell’Assemblea con le armi sguainate, ed un Terribile,che spaventava, nelle prove di iniziazione, i nuovi adepti, costituivano l’insieme delle cariche e dignità d’ogni Vendita.

Accanto alle dignità appena indicate, spesso, esistevano altre cariche che potremmo definire “non ufficiali” ma anch’ esse di grande importanza. È documentata, a Rutigliano, la presenza di un Maestro di Banchetto, della cui utilità non c’è ombra di dubbio. Tale ruolo, di estrema “delicatezza” era ricoperto da tal Giovan Battista Pappalepore, il quale, una sera, mentre era intento a preparare una “tavola” nel Convento di S. Domenico, sede della Vendita, fu quasi tramortito da un fulmine e per parecchio tempo non si fece più vedere.

Continua G. La Cecilia:

In queste misteriose adunanze i semplici carbonari portavano all’occhiello del vestito un nas­tro tricolore. Sull’ara, accanto a un  doppiere a cinque o a sette candele, si trovavano un Croci­fisso ed un pugnale, il primo per ricondurre gli uomini alla fratellanza con l’amore e la carità, il secondo da brandire per trovare la libertà o per punire gli spergiuri della fede carbonara. Nell’aprire e chiudere le sedute con un triplice battere delle mani, salutavano o invocavano il figlio di Dio. Sempre sull’ara trovavano posto simmetricamente, un bicchier d’acqua, un pugno di sale, un gomitolo di filo, un fascetto di legna, una corona di spine, una scala, un nastro tri­colore ed un ‘ascia. Ogni simbolo, ogni emblema nascondeva morali e allegorie: l’acqua indi­cava la purezza dei carbonari; il sale, che impedisce la corruzione e la putrefazione, ammoniva gli adepti a tenere una condotta incorruttibile; il gomitolo esprimeva il nesso delle virtù che deve unire gli uomini per giungere incontaminati nella futura vita; il fascio di legna era simbolo dell’unione che fa la forza, mentre le spine indicavano le tribolazioni e le lotte della vita da sormontare con la fermezza d’animo; la scala esprimeva i gradi per i quali bisognava ascen­dere per arrivare alla meta dei virtuosi. Infine i tre colori indicavano altrettante virtù: il nero indicava il carbone o la tenacità di pensiero per redimersi in libertà, il rosso rappresentava il fuoco, o l’acceso e costante desiderio della carità fraterna del bene della Patria, l’azzurro era il simbolo della fermezza e della speranza che dovevano nutrire tutti i carbonari di vedersi in­dipendenti e liberi sulla terra e felici nell’altra vita. Giuravano sul Cristo e sul pugnale odio ai tiranni. la morte o la libertà. Avevano segni e parole di riconoscimento e di passo, insegnavano nel catechismo tutte le virtù sociali e stringevano in una sola sentenza la pratica d’ogni dovere, cioè di non fare ad altri quel che per sè non si voleva. ”

La storia ha in seguito dimostrato che tale tipo di organizzazione, rigidamente gerarchica, imposta dalla con­dizione di clandestinità in cui la setta doveva operare, teneva lontana la manovalanza dalla formazione della volontà politica; questa era riservata esclusivamente ai dignitari dell’ Alta Magistratura. A dire il vero, in quel consesso, di programma politico si parlava sempre troppo o troppo poco e l’unico documento di cui si ha notizia, diffuso solo tra gli alti gradi intorno al 1820, è un farneticante “Patto d’Ausonia”.

In questo “patto” si auspicava il concretizzarsi di un nuovo Stato d’Italia con amministrazione centrale a Roma e ventuno amministrazioni locali. Nell’organizzazione di esso erano previsti un clero, un esercito ed una marina. A capo dello Stato due Re, uno del mare ed uno della terra, eletti dai ventuno delegati delle amministrazioni locali, per una durata di ventuno anni. Tutti i cittadini dovevano essere soldati ed il simbolo dello Stato una bandiera triangolare nei colori azzurro, verde e oro simboleggianti rispettivamente il cielo, la terra ed il sole. La religione quella cattolica, riportata alla purezza primitiva, con a capo un Patriarca d’Ausonia. Il territorio doveva comprendere tutta la penisola incluso il Veneto sino alle Bocche di Cattaro, Trieste e Fiume, con le isole situate fino ad una distanza di cento miglia dalla costa.

Nell’essere “ricevuti” in Vendita, i nuovi affiliati erano tenuti a formulare la seguente solenne promessa: “lo consento, se ho la disgrazia di diventare spergiuro ai miei giuramenti, ad essere immolato, dai miei buoni cugini, i grandi eletti, nella maniera la più tormentosa.

lo mi offro ad essere crocefisso nel seno di una grotta o di una camera d’onore, nudo, coronato di spine e nella stessa maniera come fu il nostro buon cugino Cristo, nostro Redentore e nostro modello.

lo consento di più: che il mio ventre sia squartato, ma anche vivo, che il mio cuore e le mie vis­cere siano strappate e bruciate, che le mie membra siano tagliate e disperse, e che al mio corpo sia negata la sepoltura. “

Non ci sono notizie che una minaccia del genere sia mai stata attuata. Alla prova dei fatti tutta quella messin­scena e parvenza di segretezza non servì minimamente ad evitare che le spie potessero infiltrarsi nella setta, come abbiamo chiaramente visto nella premessa. Frequenti furono anche i tradimenti, nonostante le intimidazioni dei Terribili, e le punizioni, a dispetto delle minacce, erano, quasi sempre, puramente simboliche, comportando al massimo l’espulsione dalla Vendita.

In conclusione, per tutto quello che riguardava la Carboneria, il fumo era sempre sovrabbondante rispetto all’arrosto. Lo stesso Mazzini, che ne aveva fatto parte sino a raggiungere il grado di Maestro, denunziò tutta quella teatralità, tutti quei baveri alzati, cappucci e appuntamenti nei boschi che erano solo fini a se stessi.

Sino all’avvento della “Giovane Italia” fu, comunque. l’unica via per chi voleva perseguire idee rivoluzi­onarie. Tra le fila della Carboneria passarono praticamente tutti i patrioti italiani e molti di loro diedero la vita per la causa.

SITUAZIONE SOCIO-ECONOMICA NEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Nel 1824, le province al di qua del Faro contavano circa 5.500.000 abitanti. Napoli, con 350.000 abitanti, era la quinta città d’Europa dopo Londra, Parigi, Pietroburgo e Vienna. Di detta popolazione, circa 1.340.00  persone erano considerate “possidenti” e 45.000 erano i religiosi. Della restante parte, 2.160.000 persone potevano essere considerate, teoricamente, idonee al lavoro, avendo superato i sette anni di età e tra esse erano circa 50.000 i militari, 31.000 gli impiegati, 8.000 tra avvocati e notai, 9.100 gli addetti all’arte sanitaria, 4.000 gli applicati alle arti liberali, 40.000 i commercianti, altrettanti si dedicavano alla vita di mare, 312.000 gli artigiani, tra maestri e garzoni di bottega, 183.000 gli artieri ed operai; 1.475.000 addetti ai lavori della terra e 65.000 alla pastorizia. Ad eccezione di queste due ultime attività, la maggior parte di coloro che esercitavano una professione, erano concentrati nella capitale. A titolo d’esempio degli 8.000 esercitanti le professioni legali, oltre 3.000 risiedevano nella capitale, senza contare il numero impressionante delle cosiddette “pagliette”, vale a dire i praticoni senza alcun titolo di studio.

Considerevole era l’alto numero di coloro che non avevano una specifica occupazione, circa il 42% della popolazione, da non considerare, necessariamente, come oziosi o vagabondi, ma come gente che si industriava in tutti i modi per poter legare il pranzo con la cena.

Una città come Napoli esercitava un notevole fascino sulla popolazione del Regno, ma erano in tanti quelli che, una volta giunti nella capitale in cerca di fortuna, si trovavano ad affrontare una situazione ben diversa da quanto sperato.

Fu proprio in quegli strati sociali che, proprio intorno al 1820, trovò terreno fertile una società segreta la quale, presi dapprincipio i nomi di Bella società riformata o Società dell ‘umirtà e con dei fini un po’ diversi da quelli delle altre, fu poi universalmente conosciuta come Camorra.

Possiamo affermare che, mentre la Carboneria si diffondeva tra le classi borghesi cercando di divulgare ideali di libertà, la Camorra si diffondeva tra la plebe perché affrontava, e molto spesso risolveva, i problemi quotidiani della povera gente.

Come le altre società aveva uno statuto (il “frieno”) e un organigramma: era suddivisa in una Società Maggiore ed una Società Minore, che oggi potremmo definire il settore giovanile, la prima a sua volta era divisa in “paranze” e la seconda in “chiorme”; da notare che i termini paranza e chiorma appartenevano al gergo marinaresco e forse presi in prestito dall’attività del contrabbando, anche allora molto fiorente. A capo di ogni “paranza” c’era un “capintrito”, che aveva la responsabilità anche della corrispondente “chiorma”, e tra i membri era scelto un “contaiuolo” con il compito di tenere la contabilità e redigere i verbali; erano presenti poi i tribunali in diversi gradi, denominati “mamma” e “gran mamma”, per giudicare chi infrangeva la disciplina. Non mancavano pure tutti quei complessi rituali molto di moda tra le società massoniche e carbonare o che scimmiottavano quelli degli antichi ordini cavallereschi. L’assenza dello Stato nei confronti dei ceti più deboli, il miraggio di una rivincita sociale e di una giustizia “giusta” anche per la povera gente, il tutto cementato da una buona dose di violenza, permise alla Camorra di radicarsi così profondamente, tanto da arrivare ai giorni nostri.

Ma il Regno delle Due Sicilie era il Paese degli eccessi, quasi ad immagine e somiglianza del suo sovrano, il Re Lazzarone.

Ancora oggi si pensa che sia rimasto completamente estraneo ai primi processi di industrializzazione che interessarono la penisola italiana nei primi decenni del XIX secolo. In realtà, tutt’ ora è motivo di studio l’innovativo stabilimento tessile di S. Leucio, in funzione sin dal 1776. Non fu un caso se nel 1818 salpò da Napoli il primo battello a vapore italiano e non fu, certamente, dovuto alla vanità del Re la realizzazione, nel 1839, della prima tratta ferroviaria della penisola, la Napoli – Portici, dato che era già in progetto la prosecuzione verso Caserta, Avellino e lo Stato Pontificio, come erano in progetto due dorsali, una tirrenica ed una adriatica, che dovevano attraversare tutto il Regno da nord a sud.

Fiorente era il settore tessile; oltre al già citato stabilimento di S. Leucio, notevole era pure la fabbrica impiantata dallo svizzero Egg a Piedimonte d’Alife che, nel 1820, occupava circa 800 operai per arrivare a 2.400 nel ’46. Altri importanti insediamenti erano nel salernitano e che occupavano ciascuno qualche centinaio di operai. Molti furono gli imprenditori stranieri che scesero al sud per impiantare nuove fabbriche, approfittando degli incentivi, delle sovvenzioni e delle agevolazioni fiscali, e tanti furono gli operai che dopo qualche anno di praticantato si misero in proprio, impiantando piccole fabbriche con capitali spesso irrisori. Collateralmente all’industria tessile, cominciò a svilupparsi l’industria metallurgica per produrre i macchinari necessari all’industria tessile, che prima arrivavano essenzialmente dalla svizzera. Di estrema importanza fu il Reale Opificio Meccanico e Politecnico di Pietrarsa dove si produceva dalle grosse macchine a vapore ai piccoli congegni di precisione.

ALCUNE VENDITE A BARI E A SUD DI BARI

Nell’ Archivio di Stato di Bari sono gelosamente conservati tre voluminosi registri manoscritti, la cui collocazione ufficiale è “intendenza di Bari – Polizia e Giustizia, b. 45 “. In essi sono riportati tutti i nominativi di coloro che nei singoli Comuni di Terra di Bari furono iscritti alla Carboneria. Nei primi due registri, i nominativi sono ordinati per Comune e quindi per “Vendita”; nel terzo invece sono riportati in ordine alfabetico. Tali registri furono compilati per ordine della Commissione Generale di Polizia dopo i moti del 1820-’21.

Nella tabella sono riportati i dati generali dei Comuni presi in esame in questo lavoro ed è di particolare interesse confrontare tra di loro i dati percentuali. I Comuni che hanno avuto il maggior numero di iscritti, in rapporto alla popolazione, sono stati Bari e Casal S. Michele. Per il secondo, poi, la quasi totalità di essi era affiliata alla Car­boneria da ben prima dei moti costituzionali del ’20. La sorpresa maggiore deriva dal fatto che appena vent’anni prima, durante i tragici eventi del 1799, questo Casal S. Michele si era apertamente schierato a favore dei Borbone ed aveva partecipato all’assedio della città di Bari, il famoso assedio dei Casali. Cosa era accaduto in quel peri­odo? Sicuramente molto si deve al lavoro di proselitismo fatto dall’installatore della Vendita, l’Arciprete Don Vito Carmine Lagravinese, e dagli altri dignitari, ma, probabilmente, tra la popolazione erano maturati alcuni concetti quali: democrazia, libertà, uguaglianza. A Gioia, invece, quasi il 90% degli iscritti risale al periodo costituzionale e l’impressione che se ne ricava è che furono in molti a voler montare il cavallo che in quel momento sembrava vincente. Sempre a Gioia è interessante rilevare come furono in tanti che, se pur iscritti durante il “nonimestre”, ottennero immediatamente il titolo di Maestro. Si vuol ricordare che tale titolo, normalmente, spettava agli iscritti con una certa anzianità di servizio, ma, spesso, era sufficiente versare un congruo contributo nelle casse della Vendita per salire nella scala gerarchica. Turi, invece, pur non avendo un altissimo numero di affiliati, offrì, in proporzione, il maggior numero di volontari per combattere gli austriaci.

CASALE SAN MICHELE        « LA COSTANZA»

Installatore della Vendita di Casal San Michele, una delle più antiche di Terra di Bari, fu il sacerdote Don Vito Carmine Lagravinese, antico massone e promotore di tutte le iniziative patriottiche. Nel 1820 risultavano iscritti carbonari, tra cui 26 occuparono il primo grado di “Apprendista” e 38 quello di “Maestro”. Appartennero alla setta 32 proprietari, 6 ecclesiastici, un farmacista ed un notaio.

Tra i personaggi di maggior spicco troviamo Domenico Spinelli, “Gran Maestro” proprio nel 1820 e che poi indossò la divisa di tenente della Legione, i fratelli Giuseppe e Nicola Maselli, Giovanni e Giuseppe Spinelli – di quel Carlantonio Spinelli che, durante i fatti tragici del 1799, salvando da sicura morte i corsi De Cesari e Boccheciampe aveva permesso che questi potessero restituire la Terra di Bari ed il Salento ai Borbone, Sabino ­Spinelli fu Giacomo, Tommaso e Nicola Lagravinese fratelli di Don Vito Carmine, Domenico Lagravinese fu Vito Carmine, il costruttore Pietro Antonio Schettini ed i sacerdoti Don Vito Leonardo Moschetti e Don Tommaso Spinelli, anche quest’ultimo figlio di Carlantonio. Da notare come la condotta di Don Tommaso da effervescentissima, dopo le “purghe” della polizia borbonica, diventò addirittura cattiva.

Lo stesso Don Tommaso Spinelli con il fratello Giovanni, Giovanni Maselli e Marziantonio Sportelli era iscritto anche alla Vendita “La Speranza” di Bitritto.

Alla Vendita di Casal San Michele, invece, appartenevano pure l’Arciprete di Bitritto Don Andrea Binetti, che aveva abbandonato la Vendita del suo paese per inimicizie, il Regio Giudice di Fasano Angelo Oronzo Cistulli, turese di nascita, ed il notaio Leonardo Giannini, sempre di Turi.

Per contrastare l’esercito austriaco, dal Casale partirono in venticinque con al comando lo stesso Gran Maestro Domenico Spinelli. Le riunioni della Vendita si tenevano molto spesso nella masseria denominata “Petrosino” Marziantonio Sportelli (attualmente della famiglia Pinto ) sulla provinciale  Gioia-Turi).

TURI         «LA NUOVA SPARTA»

Nel 1820 alla Vendita di Turi risultano iscritti 54 carbonari, equamente distribuiti tra i gradi di “Apprendista” e “Maestro”. Tra di loro ritroviamo 8 proprietari, 5 religiosi, 2 medici, un farmacista, un avvocato, 2 notai ed un ingegnere. In quell’anno risulta Gran Maestro il medico Pasquale Zita.

Tra i personaggi di maggiore spicco ritroviamo il sacerdote Don Francesco Gagliardi, che partì pure per le frontiere come cappellano, il medico Pietro de Donato, il ricevitore del registro Vito Lorenzo Cistulli, il notaio Tommaso Martinelli, il cancelliere comunale Francesco Totire-Ippoliti, i canonici Domenico Simone, Leon­ardo Perfido e Donato di Lena, Raffaele e Antonio Gonnelli, Domenico Menelao che aveva militato pure nelle file giacobine ai tempi di Bonaparte ed infine Vitantonio Giannini che ricoprì anche il ruolo di segretario della Deputazione Provinciale.

La Vendita di Turi, tra i comuni presi in esame, diede il più alto numero di volontari in proporzione agli affiliati alla Setta, quasi il 70%.

Nella tabella sono riportati i dati generali dei Comuni presi in esame in questo lavoro ed è di particolare interesse confrontare tra di loro i dati percentuali. I Comuni che hanno avuto il maggior numero di iscritti, in rapporto alla popolazione, sono stati Bari e Casal S. Michele. Per il secondo, poi, la quasi totalità di essi era affiliata alla Car­boneria da ben prima dei moti costituzionali del ’20. La sorpresa maggiore deriva dal fatto che appena vent’anni prima, durante i tragici eventi del 1799, questo Casal S. Michele si era apertamente schierato a favore dei Borbone ed aveva partecipato all’assedio della città di Bari, il famoso assedio dei Casali. Cosa era accaduto in quel peri­odo? Sicuramente molto si deve al lavoro di proselitismo fatto dall’installatore della Vendita, l’Arciprete Don Vito Carmine Lagravinese, e dagli altri dignitari, ma, probabilmente, tra la popolazione erano maturati alcuni concetti quali: democrazia, libertà, uguaglianza. A Gioia, invece, quasi il 90% degli iscritti risale al periodo costituzionale e l’impressione che se ne ricava è che furono in molti a voler montare il cavallo che in quel momento sembrava vincente. Sempre a Gioia è interessante rilevare come furono in tanti che, se pur iscritti durante il “nonimestre”, ottennero immediatamente il titolo di Maestro. Si vuol ricordare che tale titolo, normalmente, spettava agli iscritti con una certa anzianità di servizio, ma, spesso, era sufficiente versare un congruo contributo nelle casse della Vendita per salire nella scala gerarchica. Turi, invece, pur non avendo un altissimo numero di affiliati, offrì, in proporzione, il maggior numero di volontari per combattere gli austriaci.

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