a Vincenzo Orlandi, che contribuì all’Unità d’Italia

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Uomini d’altri tempi

Siamo nel pieno dei festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Quali sentimenti può ispirare la commemorazione senza un solido e convincente modus operandi dei nostri governanti? L’Italia fu voluta unita e una parte della maggioranza di Governo inneggia alla secessione o al federalismo; l’unità d’Italia fu frutto di privazioni sostenuti da ideali; oggi entrambi sono assenti nella classe dirigente.

A Turi come in Puglia e in tutta Italia, massoni e carbonari avevano animato il moto liberale del 1820-21, premessa per la diffusione del pensiero mazziniano, che diede vita a un intenso movimento patriottico e alla prima Costituzione repubblicana nei suoi 150 giorni della Repubblica Romana.

Unita al Regno d’Italia nel 1860, la Puglia fu organizzata nelle province di Bari, Lecce, Foggia, corrispondenti alle antiche divisioni storiche.  Il 9 giugno 1863 venne istituita la Camera di Commercio di Bari e l’anno dopo venne attivata la ferrovia adriatica.
In campo giornalistico si moltiplicarono gli editoriali e le testate: nel 1887 a Trani nacque La rassegna pugliese (1) e l’anno successivo a Putignano una piccola ditta la Giuseppe Laterza e Figli che successivamente si trasferì a Bari e decollò come casa editrice agli inizi del secolo quando Benedetto Croce le affiderà l’edizione delle proprie opere e della rivista La critica.

In questo fervore per l’Italia unita, a Turi, quelli che avevano aderito alla Carboneria con la vendita  “Nuova Sparta” si prodigarono per la Nuova  Italia;  tra questi  il garibaldino, poeta Francesco Curzio, il medico Pietro de Donato, il notaio Tommaso Martinelli, il cancelliere comunale Francesco Totire-Ippoliti, i canonici Domenico Simone, Leon­ardo Perfido, Raffaele e Antonio Gonnelli, Domenico Menelao.

Vincenzo Orlandi, un uomo di grande spessore intellettuale e morale, respirò quest’aria nuova; quando nel 29 luglio del 1892 concludeva la sua esperienza terrena, in occasione della solenne e funebre cerimonia,  una folla di concittadini, di amici e conoscenti provenienti dalla provincia di Bari, resero omaggio ad un uomo che aveva dato  prestigio alla sua famiglia, alla sua città natale e alla Provincia barese; ne tessono le lodi  il prof. Giovanni  Papa, il prof. Andrea Gabrieli, vecchio  amico di famiglia, l’on. Giuseppe Massari da Roma fece pervenire la sua testimonianza;

la cittadinanza di Conversano mise fuori il seguente proclama :

AI CONVERSANESI

uno dell’animosa schiera di coloro che impavidi affrontarono l’ira dell’esecrato Borbone, con la maestà dell’uomo libero e la costanza  del martire di una causa santissima,  da ieri non è più

Vincenzo ORLANDI

Grande patriota, cittadino intemerato, padre tenerissimo, scienziato insigne; quello che fu uno dei membri della Dieta di Bari nel 1848 col vostro Biagio Accolti Gil e che con lui scontò col carcere l’amore grandissimo per la libertà della patria, spirava la sua grande e bell’anima in Turi, luogo di sua nascita.

Sante Simone


 

Il dott. Aurelio Cisternino, amico e medico di famiglia, come del Vescovo di Conversano Morea,  così presentò la figura illustre, tracciando l’epopea storica in cui visse:

All’alba di questo secolo nel 1804 nacque Vincenzo Orlandi, , di Antonio e Giuseppa Russo Galeota,  famiglia di galantuomini di tradizionale gentilezza. Giureconsulto, sommamente probo ed esperto il padre suo seguì con ardore la grandiosa rivoluzione del 1789, che nell’età moderna segna il momento storico iniziale dell’evoluzione complessiva di tutte le attività umane verso il perfezionamento. L’Italia allora e tutta l’Europa, si può dire, commossa da questa meraviglia epopea degli Enciclopedisti, ne seguiva l’esempio alla maniera di chi non ha fibre guaste e vita dei Galli or tracotanti, or vili, come fortuna li seconda.

Distrutto il feudalesimo, messa da parte le distinzioni fittizie delle diverse classi sociali, abbattuti i privilegi inconsistenti dei nobili, le genti dalla durata abiezione di plebe cominciava a salire a dignità di popolo. Ed è bello ricordare che anche in questa cittadina si espanse, varcando le Alpi, il movimento del rinnovamento civile. Sicché Antonio Orlandi avversario risoluto del feudalesimo, scelto a patrocinare le ragioni del suo paese, riusciva  felicemente a riscattarlo dal vassallaggio, liberando il territorio turese dal fermo proposito dell’aborrito tributo baronale.

Nel giovinetto  Orlandi  per gli esempi del padre cominciava a germogliare un confuso sentimento di rispetto al proprio paese, e all’indipendenza della propria persona, sentimento che più tardi doveva allargarsi e determinarsi in caldo amore  di  patria e di libertà, veniva represso violentemente da per tutto le l’Europa la vivificante evoluzione liberale. I Principi e specie i Borboni, famiglia di storica perfidia , a capo di più Nazioni, sempre spergiuri, inferocivano e mandavano al disonore, al patibolo gli uomini più stimati per ingegno e per dottrina; sol perché parteggiavano per le nuove idee civilizzatrici.

Quelli che ne avanzavano di colti patrioti si raccolsero, e continuarono l’agitazione rigeneratrice con l’arte e le scienze, in guisa che soffocata ogni azione nella vita civile, crebbe nel pensiero.

In tanta inclemenza di tempi Antonio Orlandi non perdeva di vista l’educazione migliore del suo figliuolo Vincenzo, che collocò nel seminario di Conversano, istituto di ottime tradizioni educative.

Ivi il giovinetto Orlandi si dedicò con passione agli studi classici, e progredì grandemente nella letteratua latina sopra ogni altro.

Ebbe a guida di queste discipline il rinomato archeologo Nicola De Buono preposto all’insegnamento del magistero delle lingue classiche, il quale ammirava l’ingegno svegliato e il delicato gusto letterario di lui, e gliene serbò memoria, fin che visse.

Compiuti con tanta lode gli studi secondari, Vincenzo Orlandi fatto adulto, si recava a Napoli per erudirsi in Giurisprudenza nel tempo più buio della reazione europea, nel 1822-Napoli cospirava, e la letteratura era mezzo di cospirazione- E quando ebbe e perdette la bugiarda costituzione del 1820, e poi l’invasione austriaca, e poi le forche e le galere del Borbone concordate a Leibach, la poesia lirica fioriva ed alimentava il fuoco sacro della libertà e dell’indipendenza. Libertà ed indipendenza che il giovane Orlandi adorava, quando amarle o soltanto pensarle costava la catena del galeotto, e scrisse anch’egli senza paventarle poesie  ispirate a carità di patria.

L’Italia sempre grande anche colle sue sventure, divisa dalle barriere che i tiranni ponevano tra regioni e regioni, presentavano nondimeno lo spettacolo dell’unità mentale della Nazione. Ed era la letteratura, che ispirata all’età ghibellina, operava il prodigio di raccogliere in un fascio il pensiero ed il cuore degli Italiani dall’Alpi all’Etna – La letteratura con il suo lavorio incessante preparava l’opinione pubblica per movimento civile, che più tardi in diversi siti della penisola doveva erompere, per ripigliare il suo corso la trasformazione liberale iniziata dagli Enciclopedisti, e rifaceva i costumi troppo rammolliti, suscitando l’entusiasmo per la libertà e il delirio per l’indipendenza della patria.

In questo ambiente di esaltazione liberale, e dopo di feroce repressione da parte di un principe goffo e sleale, V. Orlandi mentre ritemprava nobilmente il suo animo alle idee elevate di libertà ordinata, si addottorava con successo nella ragione civile e penale.

Omissis … Sopra di una campo più nobile dovea esplicarsi l’attività espansiva del suo cuore, e volse la mente ad associare alla sua vita una donna che fosse stata degna di lui.

Laonde nel 1830 si sposava alla Signora Maddalena Gonnelli, esempio raro di virtù d’ogni maniera, la quale lo allietò fino all’ultima ora, di soave affetto, di miti consigli, di gentile assistenza: il che gli valse di gran conforto a non smarrire il far elevato di gentiluomo – in tanta gioia domestica egli raccoglieva a sé i vecchi patrioti che erano molto bravi con i quali si intratteneva a discutere dei casi infelici della patria – sicchè Turi che fu sicuro rifugio a parecchi latitanti politici, ebbe nel vicinato rinomanza di paese civile colto e liberale.

Voglia Dio che alberghi sempre nei petti dei cittadini turesi l’antico valore, e che la storia non segni giammai linea alcuna di decadenza.

L’evoluzione liberale dopo i movimenti politici dl 1830 nella penisola, ripigliava di gran lena il suo corso ascendente, l’azione dello spirito liberale montava e si arrivò alla rivoluzione del 1848 che scosse tutti i troni d’Europa con rapidità meravigliosa – Vincenzo Orlandi partecipò largamente a quelle vicende, e sebbene per indole e per istudii rifuggisse dai sodalizi settarii, pur ebbe ad affiliarsi in alcuni, che raccoglievano il fior fiore dei patrioti italiani. Fu una necessità inesorabile che dovea subirsi da quanti erano liberali per agire con maggior speranza di buon successo, e per ischivare le persecuzioni dei tiranni.

In Bari fu bandita una dieta provinciale per provvedere ai pericoli della patria, dopo che Re Ferdinando cominciò di volerla tradire. Orlandi ebbe il mandato di rappresentare il suo paese in quel consesso, dove sostenne l’onorevole ufficio di oratore. Ma se fu rapida e violenta la diffusione di quel movimento vorticoso più rapida fu la repressione; Ferdinando di Napoli con voluttà selvaggia mise a macello il popolo. E furono ben fortunati quelli che poterono battere la via dell’esilio in terra amica, e continuare l’opera di preparazione all’unità, ed indipendenza nazionale, indirizzati dal più eminente uomo di quel secolo, di cui l’Italia perennemente  deplora la perdita irreparabile.

Fra le innumerevoli vittime del Borbone si conta Vincenzo Orlandi, il quale messo agli arresti coi ferri ai polsi fu tradotto alle prigioni del castello di Trani il giorno 8 dicembre 1850.

Gli accadde tanta sciagura per le sue idee notoriamente liberali, e più di tutto per la  sua partecipazione alla dieta di Bari, che mise fuori il celebre memorandum, che servì di base alla accusa di perduellione contro i componenti dell’augusto consesso.

Questi erano i più distinti signori della Provincia, a cui toccò la sorte della catene nel medesimo castello.

Era bello vedere  quanto quel nucleo di eroi per l’esigenza dell’istruttoria, veniva tradotto dalla prigione al Palazzo di giustizia, vestiti elegantemente in abito di festa, coi ferri ai polsi e i gendarmi ai fianchi attraversavano un lungo tratto in mezzo a due ali dei cittadini più onorabili di Trani e di altri paesi.

L’altera dignità ond’essi sostenevano l’interrogatorio, diretto dal presidente Bianchi di esemplare probità; il disprezzo ond’essi ascoltavano le velenose osservazioni del pubblico accusatore Morelli, vile strumento della tirannide, completava il quadro stupendo di così coraggioso pronunciamento liberale. Di ciò la notizia si diffuse rapidamente da per tutto ed esaltava i patrioti a mostrarsi ancora essi capaci di somiglianti atti arditi.

Di fatto penetrato nel carcere per artifizio dell’Intendente Ajossa un foglio, col quale si impetrava la grazia del Re, e si avviliva con parole codarde ogni nobile e generoso sentimento di patriota, quel foglio fu fatto in pezzi dall’Orlandi e dal Tauro di Castellana. Sicchè un compagno di sventure esclamava che le lacrime di Orlandi erano indizio non di debolezza ma di forza e di coraggio . Dopo 24 mesi di prigione passati tra la zelante sorveglianza dei secondini, e le vessazioni d’un interrogatorio straziante, troppo a  lungo protratto finalmente si venne al pubblico dibattimento. Il periodo della discussione che durò parecchie settimane fu grave e solenne non meno della fase istruttoria, essendo la sala della giustizia sempre gremita della gente più scelta della Provincia. Il fiero contegno con il quale gli accusati sostennero l’infame requisitoria del Morelli, che chiedeva per chi il patibolo, per chi il carcere a vita, per Orlandi 19 anni di lavori forzati, ed il coraggio singolare del sapiente Foro tranese impegnato nella difesa, offriva uno spettacolo edificante, per cui accusati e foto ormai appartenevano alla Storia. Omissis …

Sciolto dall’accusa, Orlandi ritornava alle gioie della vita domestica. Lo scambio  di delicati  affetti tra figli e padre, al suo arrivo in famiglia, tra lui e la virtuosissima compagna di sua vita, è cosa indescrivibile. Fu esaltanza, fu delirio di gioia in quel istante, a cui si associava l’intero paese, più facile ad immaginare che a descrivere.

Nel ripigliare la cura degli affari domestici fu in cima ai suoi pensieri l’educazione e l’istruzione dei suoi figli.    omissis

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Raffaele De Cesare nella Rassegna Pugliese (1) periodico mensile n. 2 , stampato a Trani nel 31 gennaio 1890, scrisse, a proposito della Puglia 1948 –  1960 : “il processo contro i capi della Dieta offre belle pagine di coraggio civile, nel tempo stesso che fu generale la paura, e molti,  già ardimentosi, temerari e vociatori, divennero prudenti, pusilli o peggio. I convenuti alla dieta rappresentavano quanto aveva la provincia di Bari di più alto moralmente. Vi erano figure e caratteri di prim’ordine: basterà ricordare il De Ilderis di Bitonto, Vincenzo Orlandi di Turi, Giuseppe Bozzi di Bari, l’Accolti di Conversano, il Tauro di Castellana, e Felice Nisio. Vincenzo Orlandi morì ottantenne pochi anni orsono, sereno come un eroe dell’antichità, soddisfatto di aver compiuto il dovere suo e nulla aveva chiesto e nulla ottenuto. Io ho viva la memoria di quel vecchio, semplice e virtuoso, che conobbi nella sua casa di Turi, fra i suoi libri, perché uomo assai colto, e tra i suoi figli, che molto amava, e amava me per essi, dei quali mi faceva tenero amico.

 

Vincenzo Orlandi fu Sindaco di Turi  e consigliere provinciale nella Dieta di Bari.

Nacque nella casa paterna di piazza Silvio Orlandi, ora della famiglia Palazzo-Aceto;  ebbe 4 figli: Antonio,morto all’età di 32 per il colera del 1867; Teresa colpita a 42 da un male incurabile;  Nicola e Giuseppe, professore di lettere, che sposa Giovannina Bussola da cui avrà Carlo(1874), Vincenzo (1882), maggiore medico in Libia, Silvio (1887-1917) e Raffaele( 1889-1952)  proprietario della “Rotonda”in via vecchia Sammichele e che sposa Ida Acquaviva (morta nel 1965), Sindaco di Turi dal 1915 al 1926.

Orlandi Silvio,  figlio di Giuseppe, nato a Bari il 18/5/1887 da Giovanna Bussola,  fu sottotenente di Fanteria e morì il 21 agosto 1917 nell’ 11^ battaglia dell’Isonzo alla Bainzizza, che costò agli italiani circa 144.000 uomini fuori combattimento tra morti, feriti e dispersi.

Vincenzo Orlandi è sepolto nel gentilizio di famiglia fatto costruire nel 1886 dai suoi figli superstiti nella zona monumentale del cimitero di Turi.

A Vincenzo Orlandi la civica Amministrazione dedicò la via exstramurale levante, che principia da piazza XXV luglio e termina in via S.M. Assunta 2.

 

fonti:

  • archivio del dott. Guglielmo Cisternino, nipote del dott. Aurelio Cisternino (1846-1921), che sposò Angela De Donato e fu padre di Tommaso, Rosa, Guglielmo ed Alfredo.

 

 

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