Riflessioni sulle radici storiche del Carnevale di Turi

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di Mino Miale

Da un po’ di tempo Turi torna ad occupare l’attenzione dell’interesse culturale nazionale e mediterraneo, per la cultura appartenutale e la dedizione accordatele in prestigiose pubblicazioni. Mi piace, per il momento, offrire alcune mie riflessioni in questo momento carnascialesco.

La tradizione vuole che in Turi si festeggi  Carnevale, espressamente il Martedì grasso, fino al suono della campana delle Ceneri (inizio della Quaresima). Un carnevale universale, con riferimento alla Chiesa cristiana di Roma e con tradizione rigida, perché  organizzata da una congregazione laica, di artigiani  “confratelli”     -quelli del Purgatorio-  con particolare supervisione prelatizia.

Altro destino, segue il Carnevale di Putignano che, con l’allestimento dei carri trionfali, assicura energicamente un’attrazione turistica “al passo coi tempi”.

Ad accomunarlo al carnevale di Turi è la radice storica:  quella cristiana professata dai Cavalieri di Malta; i baroni Moles, feudatari di Turi e Frassineto erano Cavalieri di Malta e Putignano estendeva coi suoi Cavalieri di Malta la  giurisdizione feudale fino a toccare Turi (masseria del francese ora Sala Enotria) .

La cultura cattolica di Turi porta l’impronta dei Moles ed essa, in particolar modo, si riflette nel Carnevale: S. Oronzo infatti guida le “anime del Purgatorio” già dalla Grotta , dove si conserva il pavimento in maiolica commissionato da un Cavaliere di Malta. ( * )

Torniamo nel medioevo dei Comuni dove la maggioranza dei cittadini era formata dagli <<artigiani>>, i quali esercitavano un mestiere: chi faceva il conciatore di pelli, di lino, di canapa, di tabacco o chi il maniscalco, il fabbro e chi faceva l’orefice, chi faceva il legnaiolo ecc. Gli artigiani eleggevano i loro capi, chiamati <<priori>>, avevano insegne, bandiere e anche chiese proprie dove si radunavano a pregare e a discutere. Gli artigiani erano uomini molto semplici e laboriosi. Andavano sbarbati, ma tenevano i capelli lunghi a zazzera. In capo portavano un berrettino a cono o papalina. In dosso un farsetto stretto alla vita da una cintola di cuoio. Portavano calze lunghe di panno con la suola di cuoio, chiamate calze solate. Le scarpe erano usate soltanto per i lunghi viaggi. I vestiti non avevano tasche e tutto era portato in cintola mediante fermagli: borse, pugnali,oggetti vari. Lavoravano dall’alba al tramonto e dopo il lavoro si recavano in chiesa.

considerazioneI confratelli del Purgatorio hanno svolto, a Turi,  una funzione socio-educativa  determinante sul territorio attraverso  la gestione del Carnevale. Arrivavano dove l’insegnamento e lo studio della storia devono pervenire a creare una coscienza storica capace di riconoscere, negli aspetti più intuitivi e facili, un periodo da un altro. Il racconto storico era centrato in ciò che di meglio l’uomo esprime da sé e svela in modo che solo nello sfondo trovino posto i lutti e le guerre.  Come viveva in quel dato tempo, un uomo, una collettività? Come mangiavano, vestivano ed era amministrata la giustizia? Come erano le armi e come si combatteva? In che cosa ci si differenzia da ieri? In che cosa si è migliori di ieri? La storia e la religione hanno carattere formativo fondamentale e non vanno considerate alla leggera, perché hanno una loro profonda concomitanza di fini in rapporto alla vita civile e sociale.

La tradizione fa risalire l’origine del Carnevale di Putignano al 1394, quando i Cavalieri di Malta decidesero di trasferire le reliquie di Santo Stefano di Monopoli nell’entroterra, nel tentativo di metterle al riparo dagli attacchi saraceni. Putignano veniva scelta come meta per il trasferimento: all’arrivo delle reliquie i contadini, in quel momento impegnati nell’innesto della vite ( propaggini ), lasciarono i campi e si accodarono alla processione e, dopo la cerimonia religiosa, si abbandonarono a balli e canti. Comincia il 26 dicembre con la cerimonia dello scambio del cero, cerimonia in cui la gente dona un cero alla chiesa, per chiedere perdono dei peccati che si commetteranno durante il Carnevale. Subito dopo entra in scena lo spettacolo in vernacolo dei propagginanti che irridono i potenti.

Né più né meno di questo modo di vivere il Carnevale succede ancor’oggi a Malta, dal 1635 quando i Cavalieri di San Giovanni Battista (Cavalieri di Malta) lì si insediarono portandosi al seguito anche la Festa per eccellenza, tanto cara alla virulenza pagana. Anche lì una festa caratterizzata dall’impronta cattolica, capace di leggersi ancora. Ma tra quello di Malta e i nostri carnevali, provando a scrostare anelli di congiunzione, anche con l’aiuto di studiosi maltesi già attivati si può giungere ad una sintesi . Vedremo.

Lo  studio di quello che ho nominato “Carnevale storico turese” è tale in quanto relegato nel tempo a rimanere una delle pagine “a posteriori” ghiotte per  storiografi e ricercatori di tradizioni popolari.

Nell’Archivio storico di Turi non esiste traccia  del carnevale; una bolla vescovile  proibiva di “…prendere parte attiva sia per la direzione e sia per l’organizzazione della mascherata di Carnevale…” Questo tuonava come una maledizione a nonno Mauro ( Mauro Giordano ).  “  la Storia la si apprezza meglio quand’è raccontata dal nonno” pensava il nipotino Mauro ( Mauro Camposeo ).

Infatti attingendo alle fonti messe a disposizione dall’ Arciconfraternita del Purgatorio (Chiesa di S. Chiara)  e rileggendomi “quaderni delle mesate” e registri  vari (recuperati chissà come dopo il crollo spaventoso del Primo novecento) il nome del nonno non solo mi si svelò ma con esso si  palesò  quella che agli anziani risultava  essere una “bella favola” raccontata per incuriosire, intrattenere affascinando su un po’ di Storia cruenta della nostra terra pugliese.

Nel suo “portazecchini”, nascosto in un angolo, nonno Mauro per decenni, ha conservato  un antico articolo giornalistico che parlava di Turi.  Era per lui il  copione teatrale personale, il canovaccio da interpretrare l’ultimo giorno di Carnevale nella vasta piazza del paesello. ( ** )

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( * ) studi di Pina Catino, autrice del libro Misteri dell’ Antichità, Adda 2oo9

( ** ) articolo tratto dalla rivista “ Illustrazione popolare ” del 1898

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