la rinascita del forno d’Addante

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Intorno ad un braciere ardente, riunito con la famiglia in via Madonna delle Grazie, Paolo, classe ’65, ascoltava con attenzione i racconti della madre e della zia che parlavano del nonno paterno, Paolo Cicoria, quando conduceva il forno in via “forno d’Addante”.

Il forno, uno dei più antichi del paese, è situato sulle vecchie mura in una diramazione e al principio di via Sedile, nella via omonima. Molto ampio, m.5 x 4,90, produceva biscotti, pane fino a 6-7 q.li al giorno, serviva anche l’Istituto penitenziario dove è stato rinchiuso Gramsci.

Il racconto delle donne ammaliava il piccolo Paolo che con la mente riviveva i momenti della giornata, che iniziava molto presto al buio; quando l’alba illuminava la stretta via, animata dagli abitanti che si apprestavano a iniziare i loro mestieri, un profumo di pane fuoriusciva dal forno per inondare il circondario; quando qualcuno non aveva ne farina nè ducati per pagare, Paolo offriva un generoso pezzo di pane.

Un giorno Paolo ne parla ad un suo amico, Florio; insieme decidono di ripristinare il “quo ante” e, dopo 4 mesi, fanno rinascere il forno d’Addante. Le pietre tornare a parlare; una grande camera di cottura con una bella bocca,  una vera di un  pozzo, travi di legno,  pavimento originale con basole squadrate; si scopre anche un pezzo di  roccia e i mattoni che formano l’ossatura della volta del pozzo.

Guardando in alto, il nero della fuliggine sulle pietre testimonia  l’attività vulcanica del forno, che ha cotto tanto di quel pane, alimento primitivo e indispensabile sulla tavola sia del bracciante e del possidente.  Accanto alla bocca del forno, un ripiano in pietra, su cui fa bellavista un mortaio, sempre di pietra, incassato, utilizzato per pestare zolle di sale.

Il forno è rimasto aperto fino al ’60, gestito da Luigi Borracci e dalla moglie Chiara Cicora, fino a quando il posto fisso sostituì il lavoro impegnativo, con i figli piccoli.

Ora la camera del forno fa da scenografia ad un grande presepe e l’ambiente è stato arredato di utensili tipici,  mentre nella stanza accanto, “u iuse”, è stato allestito un altarino per il giovedì santo; fanno bella mostra una “baffètta” ed un monovomero insieme ad altri utensili del mondo contadino.

Gradevole la vista, ben curato l’arredo, interessantissima la struttura, doverosa una visita, che permette di fare un tuffo nel passato, nel nostro passato, da conservare e far conoscere.

Un centro storico grazioso, raccolto come il nostro, in parte abbandonato per cercare giusta e più decorosa sistemazione ai nuovi bisogni, può tornare a vivere di vita propria anche attraverso il recupero di immobili, come alcuni stanno già facendo, ma anche con iniziative pubbliche e private che offrono l’occasione di usufruire delle memorie e degli spazi, tutti i giorni, vivificando con armonia la vita dei residenti.

Paolo Borracci, ristrutturando il forno D’Addante, auspica che questo suo amore per l’antico e il recupero del passato possa sollecitare tutti,  privati e pubblici amministratori a ricercare soluzioni per far rivivere tutto il Centro storico.

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