La pettèghe di Stèfene d’ì caramèlle

personaggi in
1943 - Stefano Colapinto

1943 – Stefano Colapinto e la sua famiglia

Stefano Colapinto e Chiarina

Stefano Colapinto ha 85 anni. Non ha retto governi, non è andato sulla luna, non ha addestrato i Mille ma – cosa non minore – ha guidato le allegrie imberbi di tantissime generazioni turesi tra lupini salati di fresco, irriducibili pestìzze, castagne ‘o prèvete, giùgge, cigòmme, tick-e-ttick, trick-e-ttrack, lacci di liquirizie, gazzòse, zìppe dòlge, ràscka-ràscke e parapàlle.

Il suo nome di battaglia è Stèfene d’i caramèlle. E noi, ex soldatini ignari con i calzoncini corti, e giusto giusto cinque lire in tasca, ce lo ricordiamo benissimo questo piccolo generale odoroso. E con tantissimo piacere gli siamo riconoscenti e vogliamo che altri sappiano, se ne ricordino e non lo dimentichino domani.

«Tengo ancora qualche palloncino di cento lire uno, qualche popcorn che faccio io e qualche caramella. Ho cominciato lavorando come muratore. Poi caddi e mi feci male. Ebbi tanti guai. E decisi di inventarmi un nuovo lavoro. Ho cominciato a vendere il ghiaccio a 2 soldi il pezzo in giro per il paese. Poi presi un carrettino da ‘cùdde ca tenève i gazzòse a Petegnène~ Lo pittai verde, bianco e rosso e mi misi in giro a vendere il gelato. Ma durò poco perché il Sanitario me lo proibì presto. Stèfene- caramèlleIl gelato, la prima vòlde, lo compravo da Trifone a Sammichele. Trifone a sua volta girava per i paesi vicini con il suo carretto finché non decise poi di venirsene a Turi costruendosi con ‘quàtte tàvele’ un chioschetto stabile, all’angolo della nostra villa. Potrei dire che Trifone si è trovato a Turi grazie anche a me. Dopo Trifone il gelato me lo preparava lacovazzi. Me lo faceva Lillino».

AI racconto di Stèfene fa eco, e da rinforzo, sua moglie Chiarina, compagna fedelissima nella buona e nella cattiva sorte. Lavoravano insieme al cinema della signora Quaranta, in piazza, dov’è adesso l’Ufficio dell’Anagrafe, per cento lire al mese. Lui la sera vendeva caramelle in sala’, a ddù’ nu sòlde: Lei lo aiutava a pulire il locale, soprattutto la mattina presto del sabato, prima di andarsene a giornata in campagna.

«Ho venduto il ghiaccio – riprende Stefano – dal 1933 fino agli anni ’60, finché non sono usciti i frigoriferi.

Tempo di guerra il ghiaccio me lo portavano i soldati da Musacco (dalla neviera di Musacco, n.d.a.) e io in cambio gli davo casse di gazzosa “regalète”. Erano tedeschi, forse. Entravano nella ‘pettèghe’ e guardando la vasca del ghiaccio dicevano ”cald, cald” ed io ‘evògghie a ddìsce’: no è freddo! Tocca, tocca!. Poi capii che all’uso loro ‘cald’ voleva dire freddo».

Dice Chiarina: I parapàlle glieli facevo io, ne facevo abbastanza per andare in qualche paese vicino». A Sanderamo, ‘na vòlde – aggiunge Stefano -. N’àlda vòlde a Retegghiène a l’appète. E po’ a la Nenziète, ‘o mònde … Facevo i tìck-e-ttìck». E spiega come. «Attùrne ‘e telère d’i cakìne, stève la cartaveline.lo la rechegghiève. Con un po’ di colla fatta con la farina, la incollavo per abbellire intorno a un pezzo di cartone ‘tùnne; avvolto a sua volta da nu pìcche de giornèle, che nu pìcche de petrùdde jìnde. Sopra mettevo due ‘zechelèdde ch’i ciàccele; e i vennève a ddù’ sòlde’ ‘u pjìzze. Giocattoli e caramelle li andavo a prendere da Bari, in via Celentano, oppure vicino ‘o Castjidde, con la bicicletta da ‘sobb’o vrìcce’ o qualche volta con la macchina di Santoro … .

Ancora per qualche anno, dopo la guerra, Stefano continuò a lavorare al cinema della signora Quaranta, la melèse. Poi passò al cinema di Zaccheo, sòbb’a la stazziòne. La sua pettèghe, comunque, cominciò a diventare un punto di riferimento irresistibile per i bambini di tutta Turi.  Ombre tranquille, mai inquiete o disperate sul suo viso. Un sorriso piccolo, particolare, familiare. Sempre contento di se stesso.

Dio, fa che certi ‘eroi’ non si dimentichino mai. O che non muoiano giammai soli.

Testimonianza raccolta nell’agosto 1993 da Raffaele Valentini  (da l’Inserto del “il paese”- gennaio/febbraio 2012  n 201)

Di Stefano ho un ricordo indelebile e simpatico: nel ’48 avevo due anni, abitavo rète o campanèle a poca distanza dalla bottega di Stefano. I miei avevano un frantoio e vendevano l’olio all’ingrosso e alla minute. Le porte rimanevano aperte e i soldi della vendita venivano posti in una “baffètte” all’ingresso di casa, senza chiave. Un pomeriggio d’estate, allungo un braccino nel cassetto e pesco una banconota da mille lire (o da cento) e corro da Stefano per comprare caramelle. Non capitava mai che un bambino portasse una banconota di tale valore; Stefano, dopo avermi regalato delle caramelle e chiesto “ a chi appartieni”, mi prende per mano e mi riaccompagna a casa consegnando il denaro a mia madre. 

 

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